01.04.10

Honolulu & Waikiki

Pubblicato su Hawaii tagged , , , , a 00:07 di Daniela RN

Dove ci svegliamo all’alba e facciamo i turisti ecosostenibili (pentendocene amaramente), perdiamo l’Aloha Festival (sempre pentendocene amaramente), facciamo shopping all’Abc e rimaniamo con una domanda: come fanno gli americani a piazzarsi davanti ai luoghi dove si sono consumate le più grandi tragedie della loro storia e fotografarsi con tanto di cheeeese, neanche fossero a Disneyland?

Cosa vuoi che siano due ore di ritardo su un volo di oltre 17 ore (più scali)? Tuttavia le due ore che abbiamo perso su San Francisco-Honolulu sono proprio quelle che ci hanno impedito di arrivare in tempo per vedere il nostro primo tramonto hawaiano. Atterriamo verso le 21 del 18 settembre all’aeroporto di Honolulu; calcolando il fuso orario arriviamo a destinazione lo stesso giorno in cui siamo partiti. La capitale delle Hawai ci accoglie con il caldo umido che la contraddistingue e una vista sulle luci di Honolulu.

L’autista del taxi-navetta che ci porta in hotel indossa una camicia hawaiana. Non è un clichè, le usano davvero e sono davvero colorate, ultradecorate e importabili. Lasciamo i bagagli e subito usciamo, perché la fame e la curiosità sono molto più forti della stanchezza di un viaggio di 24 ore. Appena fuori dalla hall scopriamo che, attraversata la strada, c’è la sabbia. Sapevamo che saremmo stai vicino, ma non così! La famosissima Waikiki Beach a nemmeno 15 metri dalla porta del nostro hotel…Ringraziamo le divinità polinesiane e l’amica che ci ha introdotti (con un vergognoso ritardo) all’utilizzo di Booking.

Passeggiamo nella trafficata sera di Honolulu, andiamo a toccare la sabbia, conosciamo il primo dei molti ABC store che incontreremo durante il viaggio e che diventeranno presto per noi uno dei simboli delle Hawai.
C’è molta gente che passeggia sulla Kalakaua Avenue, ma non c’è ressa, l’aria è tiepida e c’è il clima rilassato tipico dell’isola. Alla fine, vinti dalla fame, entriamo in una specie di pub e concediamo un tipico pasto locale: un bacon burger. In fondo siamo sempre negli Stati Uniti, no?

La mattina dopo, con la complicità del fuso, ci svegliamo prima delle sette. Troppo presto anche per la colazione, facciamo allora quei 20 passi che ci separano da Waikiki. Se ci siamo persi il tramonto, non ci perdiamo l’alba. Questo posto è talmente pieno di magia che neanche gli albergoni di 20 piani che corrono a pochi metri dalla spiaggia riescono a disturbare l’atmosfera.

Oggi dobbiamo andare a Pearl Harbor, prima tappa di Massi, che è sempre il solito appassionato di turismo bellico. Lui sceglie la meta, io il mezzo. E toppo completamente. Decido di fidarmi dei molti reportage e guide che millantano l’efficientissimo trasporto pubblico per spostarsi sull’isola. Non fatelo! Il bus ci mette un’ora per fare 15 chilometri e va a passo di lumaca. E da Pearl Harbor passa ogni mezz’ora.

Pearl Harbor ci prende quindi più di mezza giornata (più per colpa del bus che per la durata della visita in sé). Qui rifletto sul fatto che mi suona sempre strano il modo in cui gli americani visitano i propri monumenti di guerra. Quel mettersi in posa davanti a edifici, cimiteri, lapidi o relitti…deve essere una manifestazione del loro entusiasmo patriota, che noi europei difficilmente comprendiamo a fondo.

Il ritardo accumulato ci ha confuso i programmi, il pomeriggio lo passiamo quindi passeggiando per Waikiki e arriviamo quasi fino a Diamond Head. Al ritorno di rilassiamo sulla spiaggia, in un punt che si chiama Sans Souci. Dovrebbe essere la più affollata di tutto l’arcipelago, ma la creatura più vicino al mio asciugamano, a circa 15 metri, è un bimbetto che gioca sul bagnasciuga. Si sta proprio bene.

Pianificazione della serata: qui arriva il secondo errore. Lo faccio ancora io. E’ il secondo oggi, lo ammetto. La Kalakaua Avenue è piena di bancarelle, piccoli palcoscenici, stand gastronomici, sembra la sagra della porchetta di Honolulu. Io però mi incaponisco che dobbiamo andare a Chinatown, perché la guida lo consiglia. Avendo speso diverse ore a Waikiki mi viene una specie di frenesia da coniglio di Alice in versione turista: bisogna fare, bisogna andare, bisogna vedere, presto che è tardi! Massi è poco convito ma mi lascia fare. Prendiamo un taxi per arrivare fino a Chinatown per scoprire che la sera è tutto chiuso e spopolato. Ceniamo in un ristorante consigliato dalla Lonely Planet; la cucina è buona ma noi sospettiamo che abbiamo sbagliato la serata, Massi si pente di avermi lasciato fare e io mi sento in colpa. Avremmo fatto meglio a restare a Waikiki a goderci la sagra. Per evitare che la serata mal concepita ci costi 40 dollari di taxi, torniamo a piedi: 4 miglia di camminata. Arriviano a Waikiki, che tutto sta smantellando. Scopriamo che quello che sembrava la sagra della porchetta tropicale era una manifestazione del famoso Aloha Festival. La lezione sulla quale rimugino fino al giorno dopo è: quando si è in viaggio non conviene farsi prendere dall’ansia visitatoria. Tanto non si riuscirà lo stesso a vedere tutto, tanto vale tenere occhi e orecchie aperte e godersi quelle che il vostro destino di viaggio vi mette sulla strada.

Se fossimo rimasti avremmo potuto vedere almeno una danza hawaiana: l’ho recuperatata su You Tube.

01.03.10

Oahu

Pubblicato su Hawaii, Stati Uniti tagged , , , , a 23:34 di Daniela RN

Dove perdiamo la testa tra i pavoni della Waimea Valley, dove se ci fosse una cinepresa in più e un paio di ciccioni in meno, avremmo girato il seguito di Laguna Blu. Dove Massi si fa massaggiare dalle onde dell’oceano e ne esce un po’ scombussolato. Dove prendiamo la prima pioggia hawaiana e scopriamo che i veri templi giapponesi di solito si trovano in Giappone.

Secondo giorno a Oahu: è in programma un giro dell’isola. Per evitare ulteriori cappelle a me imputabili, lascio ogni iniziativa a Massi, che subito corre a noleggiare un’auto. Appena sveglia vado a fare un giro sul lungo mare e, che coincidenza, vedo passare la Maratona di Honolulu. Poi torno in hotel per la colazione a base di lungo caffè di Kona e piccoli muffin alla banana.

Oahu è molto verde e piccolissima: in un’ora siamo già dall’altra parte dell’isola. E’ praticamente impossibile sbagliare; c’è un’unica grande strada che collega tutti i punti principali. Partendo da Honolulu, seguiamo su Central Ohau fino a North Shore. Qui vediamo la Waimea Bay con una spiaggia bellissima piena di pescatori e priva di onde, la Waimea Valley, la foresta botanica (con presunte rovine di templi, che però non riusciamo a trovare; forse siamo tonti ma forse le rovine sono solo un ammasso di sassi che, tra felci giganti e fiori mai visti, trascuriamo completamente). Alla fine della valle c’è uno stupendo laghetto con la cascata. Facciamo il bagno lì e sarebbe la cosa più romantica del mondo se non fosse che nuotano insieme a noi turisti di ogni specie, compresa una compagnia di amici fastidiosissimi e oversize.
Nel cielo azzurrissimo ci sono sempre nuvole in movimento, e infatti all’uscita della valle inizia a piovere. Decidiamo di aspettare al centro visite, mangiando un panino in attesa che smetta. Mentre mi gusto un ottimo panino al pollo Teriaki Style accanto alle nostre sedie passaggiano dei pavoni.

La pioggia dura poco, riprendiamo la strada e in 10 minuti siamo a Sunset Beach. Qui scegliamo di fermarci per un bagno e sosta di un’oretta. La saggia è bella, direi classica: sabbia chiara, palme e onde a gogo, con relativi surfisti. D’altronde…
Ritornando verso sud, ci fermiano nella Valle dei Templi (chissà quante ce ne sono al mondo??) a visitare il tempio Byodo-In, solo a causa della nostra ignoranza non capiamo subito essere la replica di quello molto più famoso di Kyoto. Comunque è bello e anche qui ci sono appollaiati pavoni ovunque. I turisti più cretini si distinguono perché si attaccano al grande gong all’entrata e lo suonano senza soluzione di continuità. Ancora una volta però, sembra che nulla riesca a scalfire il senso di pace che trasmettono questi luoghi.

Proseguendo la strana troviamo il clima variabile al quale ci stiamo già abituando. Ci sono delle località, in particolare Kahuku, Punaluu, Waikane, in corrispondenza delle quali ci sono belle spiaggette isolate. Questi sono, a mio avviso, i posti più carini per godersi il mare. Noi abbiamo infatti evitato tutte le cose che si chiamavano “Beach Park e abbiamo poi snobbato anche la famosissima Hanauma Bay…(avremo fatto bene? chissà…)
Passiamo per Waimanalo, piccola cittadina costiera famosa per una bella spiaggia e per essere centro di produzione delle banane hawaiane (immagino quelle con cui fanno i muffin della mia colazione). Ci fermiamo solo per un paio di scatti, anche perché iniziamo ad essere stanchini; Cerchiamo la villa di Magnum PI, che abbiamo letto essere in zona, ma non la troviamo. (altri ce l’hanno fatta: è questa) e, ci avviciniamo, arrivando da est, al piacevole caos di Honolulu.

Ceniamo in un ristorante a Waikiki di cui non ricordo il nome. Massi prende un piatto di misto vario hawaiano, io oggi sono poco sperimentatrice e proseguo col pollo. Poi lui va in camera perché non si sente troppo bene, io mi godo un tour in solitaria degli ABC di Waikiki. Compro magneti per il frigo e biscotti alla macadamia. Domani partiamo per Big Island.

Big Island (costa sud ovest)

Pubblicato su Hawaii, Stati Uniti tagged , , , , a 23:25 di Daniela RN

Dove mangiamo pane portoghese, hamburger, patatine a sud, ma così a sud che più a sud non si può. Dove vediamo molta lava ma pochi Nene e pochissimi indigeni. Dove incontriamo l’amica tartaruga gigante, mentre prosegue il viaggio alla scoperta dei muffin hawaiani.

Sono un po’ spaventata per il volo, dato che ho paura dei piccoli aerei. Per fortuna il nostro non è piccolo come immaginavo. La compagnia è la GO. Trattasi di una low cost locale che risparmia sulle pure divise delle hostess; la nostra assistente di volo è anzianotta e indossa un completo con shorts e scarpe da ginnastica. Io la trovo simpaticissima. Il volo da Honolulu a Big Island dura solo 45 minuti e procede benissimo. In realtà sono distratta da Massi, che non si sente ancora bene; forse è stato troppo tempo a farsi sbatacchiare dalle onde e accusa un senso di malessere generico.

Atterrati a Hilo, decidiamo quindi di rimandare al giorno dopo la visita al Hawaii Volcanoes National Park e andare direttamente a riposarci al B&B. Isola è calma e sembra davvero poco popolata. Ho trovato qui alcuni dati sulla popolazione delle isole e sulla densità abitativa: in tutto l’arcipelago ci sono meno di un milione e 300mila persone.

Lungo la strada ci fermiamo alla spiaggia di Punalu’u (anche a Oahu ce n’è una che si chiama così, scarseggiano di lettere e pure di fantasia) famosa per la sabbia nera. Effettivamente è un panorama insolito. Tra le rocce, nell’acqua sonnecchia un’enorme tartaruga. Nel giro di un quarto d’ora le facciamo una cinquantina di foto (3 io, 47 Massi: è completamente incantato dal tartarugone).


Ci fermiamo poi a Naalehu, quella che la guida del Nationa Geographic definisce “tranquilla cittadina”: tranquillissima effettivamente, non ci sono più di una ventina di casa. Tra queste il Punaluu Bake Shop, forno che offre pane portoghese semplice o farcito; una sorta di pan brioche che io ho subito adorato. Arriviamo dopo circa mezz’ora nella zona di Captain Cook, sulla costa di Kona. Qui abbiamo prenotato il B&B. Un veloce saluto alla proprietaria Gina e al cane Daisy, poi Massi crolla sul letto come un sasso; io accanto a lui guardo una serie di puntate di Bones.
Massi si sveglia dopo un sonnellino ristoratore di un paio d’ore, e sembra stare meglio. Decidiamo quindi di allungarci fino a Kona per la cena. Kona ( o Kailua-Kona che dir si voglia) è una piccola cittadina turistica, un po’ villaggio di pescatori, un po’ meta di shopping. Qui è stata edificata nel 1836 la prima chiesa delle Hawaii, e c’è il Hulihee Palace, che fu anche casa del re Kalakaua (Alle Hawaii non potrete fare a meno di incrociare luoghi e vicende di questo famoso monarca locale).

Ma le ragioni d’essere di Kona sono essenzialmente due: il caffè e il triathlon.

Scegliamo di cenare con poca voglia in un piccolo locale turistico dal menù semplice. Ricordo il Bacon Burger più asciutto e triste del mondo e il cameriere giovane, gay e inaspettatamente hawaiano. Da quando siamo a Big Island non abbiamo ancora visto hawaiani. Non è strano? Qui c’è in genere pochissima gente e quasi nessuno è “indigeno”.

Sveglia presto e dopo la colazione a base di homemade muffin (questa volta ai mirtilli, meno male che adoro i muffin!) ci rimettiamo in strada verso il Hawaii Volcanoes National Park, lungo la strada che ormai ben conosciamo. Anche qui, come a Oahu c’è un’unica grande strada principale che percorre tutta l’isola; è tutta una curva e in questa parte dell’isola propone un panorama vulcanico alternato a vegetazione secca. Visitiamo il vulcano Kilauea, in parte in macchina, in parte a piedi. Ci sono le bocche del vulcano fumanti, c’è una foresta pluviale, ci sono chilometri e chilometri di lava indurita e c’è l’altissima colonna di fumo della lava che si getta bollente nell’oceano. Vediamo di sfuggita qualche nene, o hawaian goose, ma sempre pochi rispetto ai numerosissimi cartelli che ci intimano di fare attenzione ai nene, non investire i nene, non dare da mangiare ai nene…

All’uscita del vulcanico parco mangiamo in un locale che avevamo adocchiato il giorno prima sulla strada tra Naalehu e Waiohinu; il Shaka Restaurant. The Southern Most Bar & Restaurant in the USA. Il classico localaccio americano con i tavolini a scompartimento del treno, cose di ogni genere affisse alle pareti, superbottiglie di salse su ogni tavolo e dubbia igiene. Naturalmente ci piace subito: pranziamo con hamburger, hot dog, patatine e il peggio del peggio del junk food made in Usa.
Di nuovo on the road. Ripassiamo dalla spiaggia Punaluu, dove riesco a riempirmi le scarpe di sabbia, per rovesciarla poi in una bottiglia (non si dovrebbe rubare la sabbia dalle spiagge lo so, ma in questo viaggio l’ho sempre fatto, mea culpa mea culpa mea maxima culpa, ma l’ho fatto e lo rifarei).

Andiamo poi al Pu’uhonua o Honaunau, luogo incantevole e sacro di cui mai siamo riusciti a imparare il nome e poi di nuovo a Kona, per le spese: biscotti alla macadamia e succo di arancia che saranno la nostra cena, consumata poi sul letto del B&B. Tra una cosa e l’altra oggi abbiamo “macinato” oltre 300 chilometri.

Big Island (costa nord est)

Pubblicato su Hawaii tagged , , , , , , , , a 23:10 di Daniela RN

Dove compriamo caffè per tutti e guidiamo sullo sterrato per miglia (ma alla fine ne valeva la pena). Dove le Hawai sembrano la Svizzera e incontriamo Jacqueline e la snobbissima Sweety. Mangiamo pizza e perché non dovremmo? Dove soffio su una candelina, perché le altre 35 non ci stanno su un muffin, dove i giapponesi sanno bene chi è Silvio Berlusconi, dove passiamo dall’acqua di Waimea, a quella delle cascate, a quella dello tsunami. E dove scopro che, in barba a banane, ananas e macadamia, il Liliko’i è proprio il frutto di quest’isola.

Ultima colazione con i muffin homemade di Gina; oggi si parte verso il nord dell’isola. Ancora una veloce capatina a Kona per vederla almeno una volta alla luce del sole e comprare l’inevitabile caffè (Consiglio veramente caloroso: se siate a Kona e volete del caffè prendetelo ADESSO. In aeroporto è carissimo e nei rari altri posti degli Stati Uniti dove si più trovare ha un prezzo semplicemente inarrivabile).

In alcuni reportage che avevano letto a casa, era segnalata la spiaggia Kekaha Kai, poco oltre Kona. L’unica strada di Big Island (la 11) subito dopo Kona si biforca nella 19 e nella 190 Bisogna prendere la 19. Esiste anche un Kekaha Kai Beach Park ma non è probabilmente quello la parte più interessante. Bisogna guidare su alcuni chilometri di sterrato, è stato faticosissimo, ma alla fine abbiamo incontrato un dei più incantevoli panorami che io abbia mai visto, non solo alle Hawaii, proprio in generale nella vita! Avremmo dovuto rimanere di più. Magari tutta la vita :-) invece dopo qualche foto, dopo esserci goduti la solitudine quasi assoluta, dopo aver sguazzato un po’ coi piedi nell’acqua trasparente siamo andati via.

Ci siamo fermati sulla spiaggia di Hapuna; non è straordinaria, c’è vicino un hotel ed è relativamente affollata (molto relativamente, la persona più vicina è sempre a 20 o 30 metri) però immaginiamo che questo potrebbe essere il nostro ultimo bagno hawaiano….

Piccole città verso nord, sempre una dozzina di case in tutto, e qualche negozio di souvenir non pacchiani. Il panorama cambia velocemente; qui non c’è più traccia di terreno vulcanico, tutto è verde, ci sono grandi impianti per l’energia eolica, ci sono mucche, pascoli e qualche abete. E’ da non credere, sembra la Svizzera. In nostro prossimo B&B è ad Hanoka nella Waipio Valley (qui la storia della valle)

Abbiamo voluto un posto bellissimo, ma c’è un perché. Le camere sono incredibilmente accoglienti e romantiche, coperte pachwork e oggetti in stile giapponese, in ogni stanza e negli spazi comuni ci sono pile di libri fotografici e romanzi, in bagno shampoo e docciaschiuma rigorosamente biologici. Anche se Honoka ci accoglie con la pioggia, godersi il panorama del giardino sotto il portico, con una tazza di te’ caldo, è una cosa che rimette al mondo.

Qui trascorrerò il mio 36esimo compleanno. Dopo esserci lavati coi saponi biologici e riposati un po’ decidiamo di affrontare l’incognita della cena. Questo punto di Big Island, sulla costa nord est, è ancora più isolato e meno popolato della costa ovest, che era già desertica per bene… Ciò è fantastico se si deve guidare o stendersi al sole, ma può essere un problema quando si cerca del cibo. Non abbiamo scelta, mangiamo nell’unico locale che troviamo aperto: un’esotica pizzeria. Alla fine la pizza era discretamente buona; abbiamo preso anche delle Garlic Bruschetta che non c’entravano nulla con le bruschette delle nostre parti, ma erano si mangiavano bene pure quelle.

Jacqueline, la padrona di casa, è una signora elegante ed eco-chic, con una bella testa di capelli ricci e brizzolati, ha un gatto a pelo lungo poco socievole di nome Sweety. Li conosciamo meglio la mattina successiva quando facciamo colazione tutti insieme, con altri due buffi ospiti giapponesi. Parliamo, per quello che capiamo, delle Hawaii, della politica degli Stati Uniti, di Obama, anche di Berlusconi. La signora giapponese ci dice che i giapponesi adorano Berlusconi, lo trovano molto “macho” e divertente… no comment. Quando scoprono che è il mio compleanno mi improvvisano una festicciola con una candelina su un muffin, la giapponese mi regala un bracciale di vetro e Jacqueline un vasetto di burro aromatizzato al lime.
Spero di avere ancora molti bei compleanni, ma questo 36esimo sarà indimenticabile.

Il tempo purtroppo non è un granchè. Facciamo un po’ di shopping a Honoka, dove ricevo come birthday gift un anello d’argento con una tartaruga (ma daiii…) e una borsa in stoffa fiorata e coloratissima. Visitiamo il belvedere di Waipio, sotto una coltre di nuvolacce prima e un sacco di pioggia poi. Proseguiamo verso sud, verso la città di Hilo. Sulla strada visitiamo le Akaka Falls e le Raimbow Falls .

Prima di arrivare a Hilo, ci fermiamo al Lapahoehoe Point (di cui non avevo segnato il nome…che fatica rintracciarlo su internet!) Un luogo molto bello dove però nel 1946 uno tsumani ha spazzato via un’intera scuola. (il blog che ho linkato lo consiglia come ottimo per fare pic nic. Ripeto, gli americani hanno una sensibilità stranissima nei confronti dei drammi della loro storia. Ma forse hanno ragione loro…forse la memoria si conserva meglio vivendo i luoghi, facendoli parte della vita quotidiana, che con le celebrazioni istituzionali e il contegno formale) Qui ci accoglie di nuovo il sole.

Arriviamo a Hilo, dove tra poche ore prenderemo un volo che ci riporterà ad Honolulu e poi un altro che ci ributterà a San Francisco. La nostra avventura hawaiana è agli sgoccioli. Hilo è una piccola città decisamente fricchettona. Pullula di vecchi capelloni e botteghine new age; io pranzo con una zuppa di quinoa e uno spezzatino di seitan al curry, comprato in un supermercato naturale, dove acquisto anche lo shampo biologico al rosmarino che tanto di era piaciuto al Waipio Wayside.

Massi passa il turno volentieri e si da invece a un buonissimo panino con gamberetti e non so cos’altro al Cafè Pesto. In questo bar ristorante, consigliato anche dalla Lonely Planet, io mi faccio una Warm Coconut Tart e un succo di Farm Fresh Liliko’i (ovvero frutto della passione) entrambi abbastanza indimenticabili.

11.11.09

Pubblicato su Senza categoria a 14:05 di Daniela RN

In India si dice che l’ora piu’ bella e’ quella dell’alba, quando la notte aleggia ancora nell’aria e il giorno non e’ ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e luce non e’ ancora netta e per qualche momento l’uomo, se vuole, se sa fare attenzione, puo’ intuire che tutto cio’ che nella vita gli appare in contrasto, il buio e la luce, il falso e il vero non sono che due aspetti della stessa cosa. Sono diversi, ma non facilmente separabili, sono distinti , ma non sono due. Come un uomo e una donna, che sono si’ meravigliosamente differenti, ma che nell’amore diventano Uno.

Tiziano Terzani

11.05.09

Pubblicato su Senza categoria a 10:20 di Daniela RN

Riapre la via della Seta.Per raccontarlo chi meglio di lui? Qui il reportage

09.07.09

Suggestioni settembrine

Pubblicato su Senza categoria a 19:00 di Daniela RN

Questo,  prima o poi, lo compro.

Questo, decisamente poi, lo faccio.

08.16.09

Il benvenuto di New York

Pubblicato su Stati Uniti tagged , , a 21:58 di Daniela RN

Quando si vede per la prima volta New York è difficile dire che è diversa da come la si immaginava. Anni di cinema, telefilm, rappresentazioni di ogni tipo hanno reso l’immagine questa città nota a chiunque. Eppure l’emozione con la quale New York colpisce è l’impressione di non aver mai visto una città prima di allora. Non importa quante volte uno abbia visitato Londra o quanto conosca Milano; New York è la madre di tutte le citta, è il prototipo. Quello che invece non mi aspettavo è di vedere rovesciato lo stereotipo che vuole i “metropolitani” frettolosi, nevrotici e scorbutici; gli americani in genere, e i newyorkesi in particolar modo, sono le persone più gentili che abbia mai incontrato.

Siamo atterrati all’aeroporto di Newark in un piovoso giorno di novembre. Il nostro viaggio è caduto tra Halloween e il giorno del Ringraziamento. Abbiamo perso per pochissimo entrambi gli eventi. Peccato non aver potuto prolungare il viaggio di una decina di giorni; avremmo goduto di due belle manifestazioni dello spirito statunitense. In compenso nelle ore che abbiamo trascorso nel tragitto Bologna-Amsterdam-NewYork sono quelle nelle quali si è consumata l’elezione di Barack Obama: lo leggiamo come il primo buon auspicio per il nostro viaggio (e anche un po’ per tutto il resto).

Raggiungiamo Manhattan facilmente e per soli 19 dollari, grazie a uno dei pulmini “shuttle” che si prendono all’aeroporto. Per strada gente di ogni colore, ristoranti di tutte le cucine del mondo, ovunque traffico. Siano nella Big Apple! Alloggiamo in un alberghetto in pieno centro di Manhattan, in zona Central Park. Una sistemazione prestigiosa ed economica al tempo stesso lascia intuire che la qualità dell’alloggio sarebbe stata pessima, e infatti lo è. Stanze 2 metri per 3, bagno ridicolo, l’unica finestra dà sul muro di un cortile interno nel quale si raccoglie la spazzatura; su tutto l’aroma pungente della candeggina. Ma non importa. Ci fermeremo a New York solo pochi giorni, quello che volevamo è stare in centro e spendere poco, quindi siano nel posto giusto.

La città si gira con la metropolitana. Per il nostro primo giorno raggiungiamo a piedi Central Park. Sono bellissimi i colori autunnali degli alberi, mentre il cielo si riempie di nuvole e nuvolette che presto si trasformano in pioggia. Ci ripariamo con gli scoiattoli sotto gli alberi, mentre gli aficionados del footing proseguono le loro corsette come se nulla stesse accadendo. Arriviamo fino a Brooklyn passando per il ponte. Non tutti lo sanno ma qui c’è il quartiere generale internazionale del movimento dei testimoni di Geova. Il grande edificio giallo con la scritta “Watchtower” è la prima cosa che si vede di Brooklyn. Il quartiere è molto carino, con le sue casette basse, gli ingressi con le scale e le verandine decorate con fantasmini e zucche (è da poco passato Halloween). Ho deciso: la prossima volte che torneremo a New York, sceglieremo una pensioncina a Brooklyn.
Nel pomeriggio ci riavviamo verso Manhattan, percorriamo al mitica 5th avenue per raggiungere il Moma. Alcune delle vetrine più famose del mondo ci sfilano davanti, mentre Massi tira dritto (è un maschio, comprendiamolo) e così fanno le nostre compagne di viaggio Gloria ed Elisa (per loro non ci sono scusanti). Il Moma è innanzitutto sinonimo di fila. Il museo in sé mi ha un deluso; le sale dedicate alla pittura non si capisce con quale logica sono state allestite, i settori di fotografia e design sono poveri…a parte questo incrociamo molti visitatori italiani: hanno l’aria di gente che mai andrebbe a vedere una mostra di arte contemporanea se fosse sotto casa, ma vuoi andare a New York e non visitare il Moma?
Il giorno dopo andiamo e Ground Zero, che è un grande cantiere e nulla più, poi andiamo a Battery Park e lì prendiamo il mitico traghetto arancione per Staten Island. Durante il tragitto si vede da vicino Ellis Island e la statua della Libertà. Se non si vuole salire sulla statua ma solo vederla e fotografarla questa è un’ottima (e gratuita) soluzione. Al ritorno ci “scarpiniamo” Chinatown, Little Italy (turistici ma sempre pittoreschi) Nolita e l’East Village, con piccole boutique e negozi, che sono meta obbligata per le appassionate dello shopping non convenzionale.

dalbattello

Il giallo di Pittsburgh

Pubblicato su Stati Uniti tagged , , , , a 21:51 di Daniela RN

La nostra prima tappa è Pittsburgh in Pennsylvania. Famosa per le acciaierie e poco più (tra il “poco più” c’è l’aver dato i natali a Andy Warhol), Pittsburgh è una citta ignorata dai turisti. Noi siamo qui a caccia di football: domenica gli indigeni Steelers ospiteranno gli Indianapolis Colts, squadra del cuore di Massi. Poco fuori dal centro, alloggiamo nel nostro primo (di molti) Motel 6; pulito, semplice, economico, tutto escluso tranne la piscina (che però non usiamo perché ora a Pittsburgh la temperatura sfiora i zero gradi).

Qui conosciamo il primo tipico locale della provincia americana; sedili da scompartimento ferroviario, salse sul tavolo, cena abbondante e genuina con “meatloaf with mashed potatoes” e colazione a base di pancake, sciroppo d’acero e caffè. Mentre guardo la stagionata e robusta cameriera riempirmi la tazza per la terza volta, mi domando questa donna se si renda conto di ricoprire un ruolo che film e telefilm hanno reso mitico. Forse sì, ma non sembra curarsene molto. In mattinata visitiamo la città, che non ha grandi attrattive turistiche ma è bella: si affaccia sul fiume Ohio, ha uno skyline spettacolare e grandi ponti gialli, prchè questo è il colore della città. Ospita un bel museo dedicato a Warhol, teatri, locali e ha l’aria di una città culturalmente vivace.

Nel pomeriggio ci avviamo allo stadio. Massi si è bardato con la maglia e il cappellino della sua squadra, mentre Gloria, Elisa e io, per ingraziarci i tifosi locali, ci compriamo un gadget della squadra di casa; un “Terribile Towel”, l’asciugamano giallo da sbandierare per incitare gli Steelers.
Prima della partita i tifosi organizzano nel parcheggio dello stadio un grande picnic collettivo detto “tail gate” con barbecue, frigorigeri portatili, bottiglie di birra e cibo a non finire. Grazie ai nostri Terrible Towel, che ostentiamo come sciape, un gruppo ci invita, ci offrono birra, panini con i wurstel e ali di pollo. Accettano bene anche Massi e lo sfottono un po’ ma sono divertiti all’idea che qualcuno sia venuto fino dall’Italia per tifare contro la loro squadra. Nel football americano non esiste il concetto di tifo violento; il massimo dello sfregio è una pernacchia. La partita è lunga e il clima gelido, Gloria ed Elisa abbandonano alla fine del primo tempo per rifugiarsi in un locale, io rimango con Massi, perché questo significa “nella buona e nella cattiva sorte”… Si vede che gli porto fortuna perché inaspettatamente i Colts vincono. Alla fine la nostra presenza ha portato fortuna a tutto lo stadio di Pittsburgh: gli Steelers in chiusura di questa stagione vinceranno il Superbowl, in un tripudio di asciugamani gialli. Alla fine, infreddoliti e stanchi ceniamo lungo la strada in una genuina steakhouse, che probabilmente non ha mai visto un turista nella sua storia. Mangiamo accanto a tifosi che si rifocillano con Budweiser e bacon burger, camionisti e giovani che sembrano usciti da un pezzo di Springsteen, mentre io inizio a pensare che sia impossibile non sentirsi a casa in questo Paese.

Quando lasciamo Pittsburgh per dirigerci a Washington passiamo la le famose contee Amish della Pennsylvania. Gli amish sono difficili da incontrare, però sulla strada ci sono cartelli gialli che segnalano “pericolo di calesse” e ogni tanto si incrocia uno di questi carretti tirati da un cavallo e guidati da donne vestite come Holly Hobbie in total black. Per far conoscere i loro usi e costumi, gli amish hanno allestito una sorta di casa museo, che prontamente visitiamo. Loro, che rifiutano la tecnologia e la peccaminosa società contemporanea ma non il buon cibo e la possibilità di guadagno, hanno anche alcuni buoni ristoranti. Ceniamo con pollo fritto, roastbeef, pesce, una sorta di tagliatelle al tartufo, torta di zucca e limonata; intanto ci buttiamo a capofitto in dibattiti filosofici sul fondamentalismo amish.

amish

Il sole splende sulla White House

Pubblicato su Stati Uniti tagged , , , a 21:36 di Daniela RN

vietnamNe avevamo già avuto un vago sentore in Pennsylvania ma a Washington finalmente ci accoglie il sole! Per il momento gli Stati Uniti sono stati avari di bel tempo ma stiamo viaggiano a novembre, ce lo aspettavamo. In giro per il mall, vediamo, il Lincoln Memorial, il famoso obelisco, la Casa Bianca, più piccola di come ce l’aspettassimo e in piano centro. Siamo fortunati; è l’11 novembre. Anche se noi non lo sapevamo è il Veterans Day, il giorno in cui si rende omaggio a tutti i reduci delle guerre. Tra le colonne del National WWIII Memorial, dedicato ai 16 milioni di americani che hanno combattuto nella seconda guerra, incontriamo anziani reduci, che mi fanno molta tenerezza. Davanti al Vietnam’s Veteran Memorial, il famoso muro di marmo nero che porta i nomi dei caduti americani di quella bruttissima guerra, c’è una manifestazione ufficiale. I reduci del Vietnam sono sulla cinquantina e sono letteralmente ricoperti di stemmi, bandierine del corpo in cui combattevano e slogan; molti hanno giubbotti in pelle, capelli lunghi e bandana. Anche qui occhi rossi e atmosfera solenne; ma sarà per l’aria da motociclisti, per gli slogan contro la povera Jane Fonda ricamati sui gagliardetti, o perché quella del Vietnam è stata una ferita troppo profonda sulla coscienza di questo paese, ma questi veterani sembrano avere più rabbia addosso, rispetto agli anziani con i berrettini militari vintage che abbiamo appena incontrato. io penso male del patriottismo di qualunque nazione, però incrociare queste manifestazioni ci ha dato da riflettere ed è stato un momento importante del viaggio.

Continuiamo la passeggiata per Washington, ci fermiamo in una libreria a consultare internet e sbirciare tra le letture degli americani, visitiamo la Central Station (metà stazione ferroviaria e metà centro commerciale), fotografiamo il Capitol Hill col favore delle luci del tramonto. A Washington ci sono molti musei storici o antropologici che varrebbe la pena visitare; purtroppo la nostra strada è ancora lunga. Ceniamo ad Annapolis, la capitale del Maryland, una piccola città deliziosa con un romantico porticciolo e ristorantini di pesce che affacciati sul molo. Il giorno dopo è dedicato per lo più agli spostamenti. La mattina presto visitiamo il Cimitero di Arlington e ci rimettiamo in marcia. Ci fermiamo a dormire a Wilmington, ma prima della nanna ceniamo in un altro pub molto americano e facciamo un giretto serale nella poco interessante cittadine. Non è ancora il momento di entusiasmarsene ma, per la prima volta vediamo il mare. E Comunque è fatta: ormai siamo ufficialmente diretti a sud.

Pagina successiva